Il Mezzogiorno come ponte tra Europa e Mediterraneo

Nel marzo 2005, nella città marocchina di Rabat, il presidente francese Nicolas Sarkozy annunciò per la prima volta la sua ambizione di creare l’Unione Mediterranea, un’ istituzione permanente, sul modello dell’Unione Europea, che dovesse occuparsi di: “ambiente, dialogo fra le culture, crescita economica delle PMI, sviluppo sociale e sicurezza nella regione mediterranea”.

L’Unione per il Mediterraneo oggi esiste, è un organismo internazionale che intende avvicinare i rapporti fra le nazioni che si affacciano sul Mar Mediterraneo ed è stata presentata a Parigi il 13 luglio 2008 dal presidente Nicolas Sarkozy, in carica anche come Presidente del Consiglio Europeo. Oggi è costituita da un summit biennale che prevede la riunione dei Primi Ministri delle nazioni aderenti e da un consiglio annuale dei Ministri degli Esteri delle stesse nazioni. Le nazioni che hanno firmato il documento istitutivo sono 43: i paesi membri dell’Unione Europea e le nazioni che si affacciano sul Mediterraneo, ad eccezione della Libia che ha preferito costituirsi come osservatore.

Con l’Unione per il Mediterraneo, i paesi europei entrano per la prima volta in diretto e completo contatto con quelli del Medioriente. Ciò apre una indefinita serie di prospettive, non solo dal punto di vista economico, ma anche e soprattutto dal punto di vista politico e sociale internazionale.

L’Italia nello specifico, si pone come tramite principale tra Europa e Mediterraneo, non solo per motivi geografici, ma soprattutto per similitudini sociali e culturali. Il Mezzogiorno in particolare, potrebbe costituire il “ponte privilegiato”, potendo, da una lato offrire un supporto logistico d’alto livello, dall’altro costituire una piattaforma dove sperimentare nuove forme di collaborazione tra i paesi del Mediterraneo

Centri d’eccellenza lucani, come il distretto agroalimentare del Metapontino o l’area petrolifera della Val d’Agri, diventerebbero ottimi laboratori permanenti di cooperazione, attraverso costituendi centri di ricerca specializzati ove i migliori giovani talenti del Mediterraneo potrebbero studiare e confrontarsi per elaborare nuove tecnologie, e non solo, da esportare nei loro paesi d’origine ma anche nel resto d’Europa. In questo modo i vantaggi sarebbero notevoli e per tutti, perché si rilancerebbe il Mezzoggiorno sfruttando quelle che sono le sue risorse, umane e strutturali, non adoperando le solite politiche paternalistiche ormai infruttuose, ma per la prima volta sviluppando le competenze e caratteristiche endemiche del Sud Italia; perché si aprirebbe un nuovo corso nella Cooperazione Mediterranea, che avrebbe davanti un iter concreto da seguire, programmatico, dettagliato e costante e non più un percorso aleatorio o nel migliore dei casi occasionale. Infine, ad avvantaggiarsi dei frutti di quest’operazione sarebbe anche il Nord dell’Italia e l’Europa stessa, che potrebbero investire in queste ed altre eccellenze del Sud Italia, creando una vera e propria rete di centri di cooperazione che interagisca nelle sue diramazioni e con il territorio, di fatto concretizzando quelle politiche redistributive tanto auspicate.

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Mario Polese

Nasce a Potenza, classe 1982. Completati gli studi giuridici presso la Federico II a Napoli pubblica la sua Tesi sulle problematiche della Lex Mercatoria ed inizia a collaborare alla cattedra di Diritto Internazionale dell’Ateneo partenopeo. A Roma, dopo un’esperienza all’Ufficio Affari Internazionali del Centro Alti Studi per la Difesa, perfeziona i suoi studi con un master prima ed un corso di alta specializzazione poi nel settore dei servizi pubblici. Attualmente cura le relazioni istituzionali dell’Istituto Italiano per l’Asia ed il Mediterraneo (ISIAMED) a Roma.