I pregi di Ben Ali e le “nostre” colpe nella crisi tunisina
Mario Polese guarda alla crisi Tunisina con occhio diverso ed elenca i motivi per cui la Tunisia potrebbe essere considerata un paese occidentale. Ma Polese individua anche il motivo per cui questo non accade.
Studi in Francia a spese del partito socialista marocchino, perfezionamento negli Stati Uniti in ingegneria informatica, Ben Ali è Presidente della Repubblica tunisina dal 1987. Dopo una carriera poliedrica, che lo ha visto ricoprire cariche di prestigio nel mondo militare, diplomatico ed istituzionale, sale ai vertici politici del paese dichiarandosi l’uomo del Cambiamento e delle riforme. Andrò controcorrente, ma sono convinto che Ben Ali ha portato avanti la Tunisia in maniera egregia, commettendo un solo errore, quello per cui oggi accade tutto ciò a cui assistiamo.
Ma andiamo con ordine. Il Presidente Ben Ali è stato il primo a modificare la Costituzione tunisina cassando la presidenza a vita ed introducendo il sistema elettorale moderno. Egli ha poi dato vita al Comitato Superiore dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali, e contestualmente ha introdotto cardini giuridici essenziali come la presunzione di innocenza, l’abolizione dei lavori forzati e la libertà di stampa. Dal punto di vista socio economico ha introdotto un sistema di welfare di assoluta avanguardia per i paesi africani e basso asiatici, creando il Fondo di Solidarietà Nazionale e la Banca Tunisina di Solidarietà, due strumenti che consentono di favorire lo sviluppo delle zone più povere investendo proprio sulle giovani eccellenze, che attraverso questi istituti vedono la possibilità di realizzare i loro piccoli progetti lavorativi nelle zone depresse del paese. Quanto auspicherei qualcosa di simile per il nostro amato Mezzogiorno!
E vogliamo poi parlare del sistema sanitario tunisino? Copertura sociale al 93%, altissima presenza di centri specializzati e numero elevato di medici per paziente. Tutto ciò non parole al vento, ma motivo di prestigiosi riconoscimenti internazionali. Le Nazioni Unite infatti, hanno accolto la richiesta di ospitare a Tunisi quest’estate la Conferenza internazionale dei giovani e l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha premiato la Tunisia con la medaglia d’oro della salute poiché è riuscita a realizzare un sistema sanitario efficiente e accessibile a tutti.
Ancora, il 40% degli investimenti in Tunisia avviene nel settore ambientale, con particolare intenzione alle fonti rinnovabili; a Tunisi sorgerà la “Città della Cultura”, una sorte di fiore all’occhiello della cultura maghrebina che racchiuderà tutte le principali opere artistiche nazionali ed internazionali. Senza dimenticare le importanti rassegne cinematografiche e teatrali che ogni anno si svolgono ininterrottamente nello scenario unico di Cartagine.
Potrei continuare per ore. Una sorta di Stato Ideale di hegeliana memoria? Certo che no. E richiamo Cartagine, perché se Ben Ali avesse fatto tesoro della storia antica del suo paese avrebbe capito, come ad esempio è accaduto in Marocco, che i pericoli maggiori arrivano sempre da Occidente.
Arriviamo quindi all’ ”errore tunisino”, ad una politica economica totalmente internazionalistica, specialmente eurocentrica. La Tunisia ha il primato di aziende europee presenti nel suo territorio tra i paesi del bacino del Mediterraneo e ciò è anche frutto di un accordo ( a mio avviso scellerato per i tunisini e conveniente per noi…) del 2008 per cui tra Tunisia ed Europa esiste il libero scambio di tutti i prodotti industriali.
Questo legame fondamentale ed indissolubile con l’economia europea ha fatto si che oggi, con la crisi che divampa proprio in Europa, la Tunisia sia il primo stato africano a risentirne. Ci si è affidati completamente all’estero, senza riuscire a formare proprio personale specializzato nel settore manifatturiero, elettronico, informatico. Oggi paradossalmente la Tunisia è un paese che pullula di professionisti, ma difetta di manovali e tecnici. E’ un paese che ha bisogno di trovare al suo interno, e di formare adeguatamente, le risorse umane per sfruttare le immense ricchezze che possiede.
Come? La risposta è sempre la stessa, e scusatemi se insisto con questa analogia tra Maghreb e Mezzogiorno, la cooperazione. Cooperazione tra paesi del Mediterraneo, paesi simili tra loro che però preservano caratteristiche uniche che ne costituiscono il quid pluris; un confronto continuo da cui nascerebbero eccellenze di inestimabile valore umano, leva imprescindibile se si vuole davvero riaffermare la centralità della persona nel conteso socioeconomico mondiale.
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