Europa, fatti impero!

I mutamenti politici che stanno avvenendo nella sponda Sud del Mediterraneo, la “primavera democratica” per il Maghreb e il mondo arabo, hanno riaperto la questione immigrazione in Italia, che il governo si era illuso di aver risolto col trattato d’amicizia italo-libico firmato a Bengasi nel 2009. Strumentalizzando una paura che sembra esser divenuta atavica nel paese, il Ministro Maroni ha colto l’occasione per accusare l’Europa di aver abbandonato l’Italia a fronteggiare da sola l’imminente emergenza umanitaria, quasi come i futuri rifugiati rappresentassero i nuovi barbari.

Esaminiamo il quadro della situazione. Sinora l’esodo biblico di cui parla Maroni ha raggiunto quota 5000 cittadini tunisini sbarcati a Lampedusa circa un mese dopo la caduta di Ben Ali. Il numero appare sinora piuttosto limitato e l’intervento degli esperti di FRONTEX, l’agenzia europea per il controllo delle frontiere, può ritenersi una risposta adeguata per il momento. Una risorsa addizionale proposta dalla Commissaria europea agli affari interni Cecilia Malmstrom può individuarsi nellUfficio europeo a sostegno dell’asilo, agenzia istituita nel 2010 e che sarà pienamente operativa entro giugno di quest’anno. L’obiettivo di questa iniziativa è appunto sostenere il paese nel quale è richiesto l’asilo a negli aspetti legali e amministrativi, incoraggiando la cooperazione tra gli stati nella condivisione di tale onere. Il vero problema è il confine tunisino-libico, dove stazionano 70.000 rifugiati secondo l’HCR. Sul piano umanitario l’iniziativa lanciata dalla Commissione europea è stato l’innesco del meccanismo di protezione civile in Libia per garantire le cure e il soccorso adeguati alle popolazione rifugiatisi in Tunisia ed Egitto dopo le violenze sulla popolazione civile.

L’azione europea è stata sinora limitata e deficitaria, vista l’emergenza che si profila. Tuttavia senza un indirizzo politico forte da parte degli stati membri non è immaginabile fare molto di più. Il recente incontro tenutosi in febbraio a seguito della crisi tunisina e nel mentre della crisi egiziana, registrava le cancellerie europee destreggiarsi tra dichiarazioni imbarazzanti a sostegno dei regimi e prese d’atto dell’insostenibilità della situazione. Frattini non è stato l’unico a dimostrare la propria goffaggine, ma nonostante le sue innumerevoli giravolte è stato fortunato. La sua collega francese Alliot-Marie è stata rimpiazzata dal sempreverde Juppé. Il prossimo 11 marzo vi sarà una nuova riunione, prima della quale ci si augura che le capitali si chiariscano le idee su un indirizzo di politica estera condiviso e chiaro per l’intera regione.

La Baronessa Ashton si è mossa con colpevole ritardo sulla situazione tunisina e si è mossa con timidezza per una dichiarazione che condannasse la repressione avuta luogo al Cairo. Le visite in Egitto e Tunisia compiute soltanto alla caduta dei rispettivi regimi dimostrano la lentezza di un servizio diplomatico europeo che stenta a decollare e l’incapacità della Commissaria di muoversi autonomamente rispetto al Consiglio. Quest’ultimo ha varato delle sanzioni verso il regime di Gheddafi, su spinta degli Stati Uniti e pressati dalla notizia che le armi da lui usate contro la popolazione fossero di fabbricazione europea (italiana, belga, francese). Tuttavia questa decisione è stata presa solo quando c’è stata la certezza che le risorse petrolifere del paese fossero fuori il controllo del dittatore libico. Quale sarà il destino dell’inossidabile leader della rivoluzione? Il cambio di regime sembra inevitabile. A brevissimo le Nazioni Unite si muoveranno con una risoluzione per imporre una no-fly zone e forse un embargo che si spera mettano Gheddafi alle corde e facilitino il prossimo assalto della coalizione anti-governativa alla capitale Tripoli.

Nel frattempo la questione euro-mediterranea torna di pesante attualità. Gli sconvolgimenti nel Maghreb assomigliano ai fatti che seguirono la caduta del muro e le manifestazioni nel mondo arabo testimoniano quanto la situazione possa ancora evolversi. La storia sa facendo il suo corso e per non restare indietro è tempo di progettare il futuro. Quest’intervista di Romano Prodi lancia una provocazione importante: liberata dai regimi autoritari che la governavano, la sponda sud del Mediterraneo deve essere coinvolta in una politica di vicinato rinnovata, che preveda promozione delle istituzioni democratiche in cambio di investimenti infrastrutturali e una cooperazione che assicuri lavoro e sviluppo sostenibile (non solo gas e oleodotti, ma reti di energia solare ad esempio).

I motivi di una tale proposta sono di carattere commerciale (Mediterraneo vale 10% del commercio UE), di sicurezza internazionale (per evitare uno scenario come la Somalia, l’Iraq o l’Afghanistan) e demografici (l’Europa già conta milioni di magrebini sul proprio territorio e ha bisogno di loro per non morire di vecchiaia). L’UE deve costruire “un anello di paesi amici” e spostare il proprio limes aldilà del Mediterraneo per farlo tornare mare interno. In chiave geopolitica si tratta di un’operazione di carattere imperiale simile alla dottrina elaborata dagli Stati Uniti e dalla Cina nei Caraibi e nel Mar Cinese Meridionale per sanare una ferita che genera incomprensioni e paure reciproche. Si tratta di una sfida epocale come l’allargamento, che potrebbe essere la missione europea del prossimo ventennio.

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Matteo Minchio

Matteo Minchio è nato a Mariano Comense (CO) nel 1983. Esperto di integrazione, politiche e istituzioni europee, lavora a Bruxelles presso la Commissione Europea dopo aver realizzato delle esperienze presso l'OSCE, il Parlamento Europeo e svolto l'attività di lobbista per Telecom Italia. Dal 2008 partecipa a LSDP, coordinando il team di Bruxelles nell'attività editoriale e nell'organizzazione di eventi.