Libia e realpolitik
Da LSPD: In questi giorni, di fronte al bombardamento mediatico sulle ragioni della guerra in Libia si fatica a distinguere l’informazione dalla propaganda. Ammettere che i discorsi di Gheddafi siano più propaganda che un ragionamento politico è semplice, anche se è difficile stabilire sino a che punto. Individuare quando le potenze occidentali usino la stessa tecnica è più complicato.
L’argomento più impiegato è il rischio di un nuovo genocidio, insomma, qualcosa di simile a ciò che Saddam Hussein compì contro Sciiti e Kurdi dopo la guerra del Golfo o Milosevic in Kosovo. In effetti, Gheddafi aveva minacciato di schiacciare come topi gli insorti di Bengasi poco prima della risoluzione ONU. Già, un altro argomento a favore della guerra è la sua legalità, garantita dalla risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizza la coalizione a impiegare “tutti i mezzi salvo l’occupazione” per impedire il massacro dei civili. Tali argomenti hanno convinto anche l’opinione pubblica moderatamente pacifista di molti paesi occidentali, tra cui l’Italia o la Francia.
È vero infatti che il genocidio a Bengasi era e resti un’ipotesi reale salvo che esistano dei dubbi a tal proposito, come espressi da Lucio Caracciolo, così come è vero che una risoluzione dell’ONU assicuri che le operazioni si svolgano in un contesto rispettoso del diritto internazionale. Tuttavia essa sembra sempre più una “foglia di fico”, come dice il nostro esperto di Libia Andrea Matiz, laddove si vogliano nascondere le vere ragioni della guerra. In effetti, chi vuole la guerra?
Regno Unito e Francia sono in prima linea nel conflitto. Sarkozy infatti è riuscito a trascinare Cameron, con il quale aveva firmato nel 2009 un’intesa militare, in un attacco dal quale Parigi ha certamente poco da perdere e tutto da guadagnare. Le roccaforti francesi in Tunisia ed Egitto sono andate perdute con la caduta delle rispettive leadership. Per rifarsi una buona reputazione nelle opinioni pubbliche arabe e riconquistare il consenso dei suoi potenziali elettori franco-magrebini dopo che la Michelle Alliot Marie aveva tentato addirittura di difendere il regime di Ben Ali, Sarkozy ha scelto di sposare totalmente la causa bengasina nella speranza di assicurarsi una quota delle risorse energetiche libiche dopo l’auspicata caduta del regime. Gli Stati Uniti non hanno disdegnato di sostenere l’iniziativa franco-britannica, ma si sono guardati bene di restare coinvolti in un terzo conflitto regionale. In effetti sono tuttora in Iraq e lo scenario afgano é ancora rovente.
Ll’Italia invece si è trovata suo malgrado invischiata nel conflitto. L’impressione è che la classe politica italiana abbia scelto di partecipare all’operazione in Libia più per ragioni ideologiche che per una reale volontà belligerante. La destra invoca continuamente il comando NATO, sottoindendendo un maggior ruolo per gli USA e meno per la Francia, e tenta di ignorare un crescente pacifismo nel suo elettorato che le chiede maggior coerenza nella propria politica estera. La sinistra ripete come un mantra il rispetto della risoluzione ONU per rabbonire i mugugni della propria base elettorale e si vanta di comportarsi responsabilmente davanti a un governo che si divide al suo interno. In entrambe le parti manca una riflessione sull’opportunità di partecipare alla guerra motivata da un ragionamento di realpolitik, così tanto invocata quando si sottoscriveva il Trattato d’amicizia italo-libico al fine di ottenere delle commesse importanti per l’industria italiana.
Certamente motivata dallo spettro di un “esodo biblico” sulle coste italiane, la posizione neutralista assunta dalle Lega sembra far credere che il Carroccio non abbia una linea di politica estera. In realtà in altri conflitti, come quello in Kosovo, Bossi e i suoi avevano preso posizione, supportando Milosevic. In questo caso, invece, lo scetticismo della Lega si avvicina alla posizione tedesca, che frena qualsiasi azione con un marchio europeo prospettando seri rischi per la sicurezza del continente.
Già, dov’è finita l’Europa che avrebbe dovuto offrire una speranza al Nord Africa con una nuova politica di vicinato? Se nelle crisi tunisina ed egiziana l’Europa era in ritardo, questa volta è letteralmente evaporata. La corsa alle armi franco-britannica ha diviso i paesi dell’UE e neutralizzato il potenziale del Servizio d’Azione Esterna. È necessario ribadire che la politica estera europea non segue il principio comunitario, ma le linee guida degli stati membri, che se sono in disaccordo tra loro (la Germania si è astenuta al Consiglio di Sicurezza) certamente non possono essere chiare. Potrebbe aiutare l’Italia a governare i flussi di profughi, ma la scelta di ammassare i rifugiati a Lampedusa appare più una responsabilità italiana che europea. Meglio quindi che l’Europa si concentri a risolvere altri problemi, come la crisi finanziaria ad esempio. A proposito, dopo le elezioni in Irlanda, cade il governo anche in Portogallo, che si appresta a chiedere un salvagente europeo. Ci avviamo verso una nuova tragedia greca.
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