Amir Salcin, la storia

La storia di Amir non troverebbe spazio in nessun giornale del mondo. Perché Amir non ha vinto le Olimpiadi dopo aver rischiato di perdere per sempre le gambe. E perché, semplicemente, Amir, dopo aver rischiato di perdere per sempre le gambe, è tornato alla sua vita normale. Eppure la quotidiana normalità di Amir è la vera notizia. Ciò che per chiunque sarebbe scontato, nella vita di questo trentottenne bosniaco musulmano è stato una vera e propria conquista.

Lo incontro nella sua casa, in un quartiere popolare della parte musulmana di Mostar. Amir mi fa accomodare in salotto, la stanza più bella della casa. Mi siedo sul divano e di fronte a me un enorme televisore al plasma trasmette l’ultimo Gran Premio di Formula Uno. Scoprirò poi che questo è l’unico sport che Amir riesce a guardare con piacere in tv. Del calcio non vuol più sentir parlare, da quando ha dovuto smettere di giocare.

Amir Salcin aveva sedici anni quando, volontariamente, si arruolò nell’HVO (Croatian Defence Council), la formazione militare croata, unico esercito allora esistente. Nel giro di pochi mesi scoppiò il conflitto che avrebbe per sempre diviso il destino di famiglie, amici e colleghi della ex Jugoslavia e segnato irreparabilmente la crescita di Amir. A Mostar, bosniaci musulmani e croati cattolici, in un primo tempo, combatterono assieme contro i serbi. “In quel periodo – racconta Amir – lavoravo nelle cucine. Un giorno, mentre stavo rassettando, ho sentito dei rumori. Ho avuto come il presentimento che qualcosa di brutto stesse per accadere”. Il magazzino accanto alla cucina dell’esercito era già stato colpito da una granata qualche giorno prima. Amir ebbe solo il tempo di comprendere che quel presentimento era giusto. Uscì dal retrocucina e svoltò l’angolo, per mettersi al riparo ai piedi di una scalinata. Questione di secondi.

“Ci fu un enorme boato – spiega Amir, senza bisogno di scavare troppo nei ricordi, come se quei momenti non si nascondano in un passato poi così lontano – e mi ritrovai a terra. Nessun dolore. Provai d’istinto a sollevarmi, ma non sentii le gambe”. Non sentì nulla. Si vide su una sedia a rotelle e fu questa l’ultima immagine prima di svenire. Era il 27 maggio del 1992. Cominciò così la lunga odissea di ospedale in ospedale. Amir fu curato a spese dell’HVO, ricoverato per lunghi mesi a Spalato, subì sei operazioni, ma nessuna riuscì a restituirgli il corretto utilizzo di un gomito e della gamba sinistra. Mentre ne parla, indica quelle parti del corpo, ma è quasi impossibile percepire la gravità delle ferite di un tempo attraverso i maglioni e pantaloni larghi che per pudore usa portare. Amir è un ragazzo molto alto e magro, i capelli brizzolati ne lasciano immaginare l’età, le espressioni del volto sono quelle di un bambino timido. Dietro gli occhi grigioverdi, anche quando riesce a scherzare, c’è un velo di malinconia.

Esattamente un anno dopo l’incidente tornò a Mostar: il lato sinistro della città, quello più antico, era ormai completamente distrutto. I serbi erano stati ricacciati al di là delle montagne. Ma un nuovo fronte di guerra si stava aprendo proprio in quei mesi, nella città spaccata in due dal fiume Neretva. Croati e bosniaci, che un tempo avevano combattuto fianco a fianco, si trovavano ora opposti, a farsi guerra per il possesso della città. Ad agosto del ’93, Amir fu chiamato a Spalato dai vertici dell’HVO: un medico americano sarebbe giunto dagli Stati Uniti per operarlo. Accompagnato dal padre, Amir salutò la sorella e la mamma e si avviò verso un nuovo capitolo della sua storia, il cui finale, ancora una volta, sarebbe stato scritto dalla Storia, con la “S” maiuscola. Il conflitto fra bosniaci musulmani e croati cattolici raggiunse il suo culmine il 9 novembre del 1993: una granata croata fece crollare, a Mostar, lo Stari Most, il Ponte Vecchio sulla Neretva, che da quattrocento anni univa Oriente e Occidente.

Un ponte per nulla strategico, ma altamente simbolico: una stretta di mano fra cattolici, musulmani e ortodossi, spazzata via per sempre. Tutti capirono che non era stato un ponte a cadere, ma il dialogo e la possibilità di pace in un Paese dilaniato dalla guerra fratricida. Il crollo dello Stari Most era una ferita nel cuore dell’Europa. L’HVO si rifiutò a quel punto di continuare ad assistere un giovane musulmano. E nulla significò che quel ragazzo avesse perso le gambe proprio per servire l’esercito croato. Amir e suo padre, Nusret, furono abbandonati al loro destino. Ancora una volta. Non potendo tornare a Mostar, cercarono di emigrare in Germania, dove – con non poche difficoltà – furono raggiunti dal resto della famiglia. Nusret, affermato imprenditore prima della guerra, si adattò a fare qualsiasi lavoro. “Mi misi a pulire finanche le grate usate per arrostire la carne nei ristoranti”, spiega senza vergogna l’uomo.

“Disinfettavo ogni giorno la gamba – rivela poi Amir – ma c’era il rischio serio di una cancrena e l’amputazione sembrava l’unica soluzione. Mi aiutò una donna tedesca. Lavorava in un’associazione che si prendeva cura dei profughi bosniaci. Mi accompagnò in una clinica per sapere quanto sarebbe costato operarmi”. Duecentocinquantamila euro, il prezzo della complicata operazione. Dieci giorni il tempo rimasto per scongiurare l’amputazione. “Mio padre bussò alle porte di tutte le aziende bosniache in Germania: sarebbe stato sufficiente fingere di avermi assunto e l’assicurazione sanitaria avrebbe coperto le spese mediche”. Nessun musulmano però accettò di correre il rischio di dichiarare il falso. E in un capovolgimento della Storia, furono i cattolici a tendergli una mano.

“La signora tedesca – continua Amir – ne parlò ad un ufficiale dell’esercito e l’esercito tedesco decise di accollarsi metà del costo dell’operazione”. L’altra metà la mise, di tasca sua, il medico che effettuò il delicato intervento. Muscoli della spalla furono trapiantati nella coscia e nel braccio di Amir, che dopo un ricovero di un mese e mezzo riprese a camminare senza le stampelle. A guerra finita, i Salcin tornarono a Mostar, in Bosnia Herzegovina. Lì, con non pochi sacrifici, ricostruirono la casa che i croati avevano raso al suolo. Nello stesso quartiere, a maggioranza cattolica, Nusret volle tornare. E ricostruì dalle ceneri una villa con piscina. Riprese in mano la sua vita e il suo lavoro. Tornò a essere l’imprenditore facoltoso di un tempo, con decine di dipendenti e il sorriso di chi, da sempre, è artefice della propria fortuna. Amir ha aperto un negozio di elettrodomestici, si è sposato ed ha avuto due figli. Amina, la maggiore, ha otto anni. Frequenta scuole per musulmani e vive nella parte musulmana di una Mostar divisa. “Non le insegnerò a odiare gli ‘altri’ – confessa Amir – ma non voglio che esca con loro. Né tantomeno che sposi un croato”.

Sono parole di un padre la cui vita, dai sedici anni in poi, è stata segnata da un marchio. “Sono sempre stato solo – rivela – e anche oggi mantengo tutti a distanza. Non ho dei veri amici. E tantomeno potrei essere amico di un croato. Posso averli come clienti, questo sì. Dobbiamo vivere nel rispetto reciproco, ma non per questo convivere con loro”. Una pace forzata, mentre la guerra rivive ogni notte nei sogni di chi l’ha vissuta. E il corpo di Amir trema appena cala il buio. Nei suoi sbalzi d’umore, tenuti a bada dalle medicine, il trauma di una generazione ferita dalla follia di un conflitto che difficilmente saprà spiegare ai figli.

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Emiliano Albensi

Photographer & Director of Tr3nta.com Trent'anni, giornalista professionista dal 2008, lavoro come corrispondente italiano per l'agenzia di stampa inglese Central European News e fotoreporter per l'agenzia LaPresse. Sono nato a Roma "col sangue biancoceleste". Robert Capa diceva "…se le tue fotografie non sono abbastanza belle, non sei abbastanza vicino". E io voglio solo "stare vicino al mondo". Avere altre esperienze di vita, continuare a viaggiare, che è la cosa che mi piace di più in assoluto, incontrare volti, persone da rendere visibili al mondo, storie da raccontare.