DEAD SUIT WALKING: QUANDO LA DISOCCUPAZIONE COLPISCE I COLLETTI BIANCHI

Siamo portati a pensare che la disoccupazione e la crisi colpisca principalmente le fasce più deboli. Giovani e meno giovani a bassa scolarità, ma come emerge dall’ultimo sondaggio del settimanale americano Newsweek, la disoccupazione colpisce in profondità e in maniera drammatica anche i c.d colletti bianchi. Uomini con elevata istruzione, provenienti da Università prestigiose, fino a qualche mese fa all’apice della loro carriera.

L’articolo del Newsweek evidenzia come nei primi mesi del 2011, negli Stati Uniti 600 mila uomini di fascia alta erano disoccupati secondo le statistiche Labor Department Stats. A New York uomini di età tra i 35 – 54 anni hanno perso “più velocemente” il proprio lavoro più di qualsiasi altro “gruppo” di soggetti. La crisi sembra essere una specie di “tornado” che travolge tutti, ma quali sono i contraccolpi sulla propria vita individuale? Come hanno reagito questi ex rampanti, “padroni dell’universo” , uomini pronti a tutti in nome della propria carriera. L’indagine del settimanale Newsweek si è svolta su un campione di 250 disoccupati e sottoccupati uomini di età compresa tra i 41 – 59 anni, sposati e classe media evidenzia come i più fortunati si sono adattati a fare lavori saltuari e sottopagati, altri continuano a rimanere disoccupati, ma molti di loro hanno perso l’autostima, il rispetto dei figli e un calo drastico del proprio desiderio sessuale. La compagna oltre la cura dei figli e della casa finisce col farsi carico anche del marito disoccupato.

Ma c’è una differenza interessante che viene evidenziata nell’indagine. L’uomo americano tende principalmente a incolpare se stesso del proprio fallimento. La domanda che si fa è “’Che cosa c’è di sbagliato in me come uomo?’” Pensiamo alla storia di Dave Santos che è stato disoccupato per tre anni, dice: “La parte più difficile è guardarsi allo specchio ogni giorno”. L’uomo europeo, invece, tende di più a incolpare il “sistema”. Sta di fatto che sia nell’uomo americano che nell’uomo europeo assistiamo ad un calo o crollo della propria autostima.

Insomma, questi ex “guerrieri aziendali” pronti a tutto in nome della propria carriera, una volta colpiti dal dramma della disoccupazione diventano delle “damigelle” indifese e le mogli diventano i veri “principi azzurri” che a colpi di sorrisi e di frasi del tipo “vedrai che si risolverà tutto” hanno il il compito di dare la giusta iniezione di fiducia e sicurezza al marito. E il titolo di studio conseguito, il curriculum illustre da ex top manager non sembra fare una grossa differenza. L’unica vera differenza sembra essere la propria capacita di “tirarsi su” , lasciare la propria carriera alle spalle e trovare nuovi obiettivi per continuare a vivere e per cercare di cambiare la propria situazione.

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Marco Patruno

Si è laureato alla facoltà di Scienze Politiche all'Università degli studi di Torino. Nell'ottobre 2007 dopo una deludente esperienza lavorativa è l'ideatore del blog Generazione P http://generazionep.ilcannocchiale.it ed è il primo ad introdurre in Italia questa espressione che sta per generazione precaria. Il suo blog si occupa di precariato giovanile e di denunciare i casi di “stage truffa.” E il promotore del “Manifesto dei diritti dello stagista – idee per un cambiamento” 14 punti volti a sensibilizzare l'attuale dibattito in materia stage e tirocini e spingere il legislatore ad apportare modifiche di tipo legislativo. Vincitore di numerosi concorsi letterari. Ama leggere e scrivere perché crede nel profondo valore della parola come testimonianza civile. Cura un blog anche sulla testata on-line “Quotidiano Piemontese” Tra i primi a notare il suo incessante attivismo a difesa dei giovani precari e stagisti è stato l'editorialista Bruno Ugolini del quotidiano “L'Unità"