Proprietà di linguaggio

Brunetta, si sa, è un nano. Berlusconi idem. Ed è anche pelato. La Santanchè, non ne parliamo. Per citare mia nonna e non scadere nella volgarit, diciamo che è una “donna pubblica”.

Sono queste le categorie della politica? Perchè se è vero che le parole sono importanti, lo sono anche i pensieri che ci stanno dietro. E se vent’anni di berlusconismo hanno abbrutito culturalmente l’Italia, gli effetti si vedono anche da questo. Da chi, tentando di opporsi a questo mainsteam, ci cade dentro, usa l’insulto per sublimare l’avversione politica nei confronti di qualcuno. Il problema del linguaggio della politica non c’entra niente con il politichese. C’entra con il fatto che, nel buttare giù il linguaggio verso il basso nel tentativo di renderlo comprensibile a tutti, lo abbiamo fatto spronfondare. E il risultato è lo stesso di quando urtiamo le dita del piede contro uno spigolo e ne diciamo di ogni. Ma un avversario poltico non è lo spigolo del comodino, e non lo si può abbattere a colpi di improperi e di accetta. Quello, lasciamo fare al centrodestra.

Non è facile riappropriarsi di certe categorie, specialmente quando l’insulto è così diffuso. E così, una donna incapace, stupida, un po’ stronza o che fa qualcosa di sbagliato diventa in automatico una puttana. E un uomo un bastardo (il che sottintende sempre un insulto ad un’altra donna, nello specifico sua madre). Le donne, che sono le prime vittime del linguaggio scurrile, con insulti diretti e indiretti, buoni per tutte le stagioni e le feste comandate, stanno cadendo nel tunnel. E sono le prime ad insultarsi tra loro.

Il ministro delle pari opportunià che apostrofa come “vaiassa” una sua collega di coalizione – scatenando il godimento non solo degli avversari uomini, ma anche l’ilarità delle donne tutte – è un esempio lampante di come la questione sia quotidianamente alimentata. Tocca alle donne “ripulire” il linguaggio della politica? Anche, ma non soprattutto. Tocca a tutti, nella quotidianità di ogni giorno, cercare di modersi la lingua quando sta per uscire uno sproposito, bloccare le dita sulla tastiera quandi stiamo per scrivere nano, pelato, ciccione, puttana.

Perchè non si tratta di satira sui potenti – si è sempre scherzato sulla fisicità dei potenti – ma di rabbia che non riesce a venir fuori in maniera pulita, articolata, politica. Questi non sono nani e ballerine. Sono persone che decidono – in maniera sbagliata – delle nostre vite. Il web e le parole sono le noste armi di controcultura più potenti. Non sprechiamo 7 lettere per scrivere puttana. Usiamone 8, e scriviamo politica.

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Simona Melani

Advisor of Tr3nta, classe 1985, blogger dal 2004, si occupa di project management, social media, web content e moda. Lavora come consulente per alcune startup nel settore mobile. In passato ha coordianato campagne elettorali in scala locale e regionale, con particolare attenzione all'aspetto online. Dopo aver chiuso il suo blog “politico” sul Cannocchiale, ha fonda The Wardrobe, blogzine dedicato alle tendenze nel campo della moda e del lifestyle tra i più noti del settore. Laureata in Comunicazione internazionale, si sta specializzando in Comunicazione d'impresa e pubblicità all'Università di Palermo, non rassegnandosi all'idea che queste siano lauree inutili. La sua lettera aperta al Ministro Gelmini sul tema ha fatto il giro del web e non solo. In rete http://about.me/simonamelani