La nuova emigrazione italiana, intervista a Claudia Cucchiarato
Claudia Cucchiarato, autrice del libro “Vivo Altrove – giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi”, mi ha concesso gentilmente un’ intervista. Collaboratrice de “L’unità”, “La Repubblica” e del quotidiano spagnolo “La Vanguardia”, è tra i maggiori esperti sulle nuove emigrazioni dei giovani italiani all’estero. Claudia Cucchiarato, attraverso il suo libro e un sito, ha raccolto numerose testimonianze di questa generazione di neo-migranti.
Con il suo libro “Vivo altrove” ha raccolto le testimonianze di ragazzi che hanno deciso di lasciare l’Italia. Questi ragazzi vorrebbero ritornare a vivere e lavorare in Italia oppure l’estero è una scelta definiva?
Non si tratta di una scelta definitiva, ma la maggior parte non saprebbe dire se tornerà e a quali condizioni. Diciamo che siamo una generazione abbastanza liquida, senza radici, non nel senso che non sentiamo le nostre radici italiane, ma nel senso che tendiamo a non mettere radici in nessuno dei posti in cui ci trasferiamo. Per questo motivo, la maggior parte delle persone che ho intervistato per il libro, che si raccontano nel sito www.vivoaltrove.it o che hanno pubblicato la loro testimonianza nel sondaggio che ho lanciato a ottobre nel sito di Repubblica, ha vissuto in almeno tre o quattro città diverse all’estero. Nutriamo tutti la speranza di poter scegliere di tornare in Italia, proprio come abbiamo avuto la possibilità di scegliere di andarcene. E purtroppo, almeno per ora, questa non è una speranza concreta: l’estero è una scelta molto più allettante di quanto lo sia l’Italia in questo momento, da tutti i punti di vista, politico, economico-lavorativo, culturale, sociale…
Diversi studi stanno evidenziando che in Italia esisterebbe una “fascia” di giovani laureati poco propensi alla mobilità, che non si sposterebbe oltre la propria provincia di residenza. Secondo lei quali potrebbero essere i motivi?
Io non ho registrato questa tendenza. È vero che tendiamo ad essere pigri e che i famosi “bamboccioni” sono molto più numerosi in Italia che altrove (ci sarebbe comunque da dire che moltissimi dei giovani italiani da tempo domiciliati all’estero risultano ancora residenti a casa di mamma e papà, perché tendono a non iscriversi all’Anagrafe degli Italiani all’Estero, quindi i “bamboccioni” sono molto meno numerosi di quel che si pensa). Ma ci sono decine di migliaia di giovani che ogni anno si spostano all’interno dell’Italia e anche fuori da essa. Secondo i dati dell’Ocse, gli italiani sono in proporzione tra i più propensi ad abbandonare il proprio paese, il problema è che pochi giovani provenienti da altri paesi “sviluppati” hanno voglia di venire a vivere in Italia e si crea un deficit. Siamo tra i paesi dell’Ocse con il saldo più negativo tra “cervelli” in entrata e “cervelli” in uscita.
Mi può indicare tre “mali” che colpiscono il nostro paese e costituiscono ragioni valide per andarsene all’estero?
Tra i più citati dalle persone che ho intervistato: la gerontocrazia imperante (in politica, nelle aziende, nelle università…) e la scarsa meritocrazia (l’Italia è il paese d’Europa in cui la minor percentuale di posti di lavoro si trova in modo trasparente: annunci o selezioni); una mentalità molto rivolta verso l’interno e uno scarso interesse nei confronti del diverso (che spesso diventa vera e propria paura); last but not least, la corruzione assurta a modus vivendi di chiunque e l’incapacità del nostro paese di pensare al futuro e di fare investimenti sulla ricerca, la cultura, il sapere e la formazione.
C’è qualche progetto professionale che lei vorrebbe realizzare in Italia?
Moltissimi, come dicevo all’inizio, mi piacerebbe poter scegliere di tornare proprio come ho scelto di andarmene, ora c’è addirittura una legge che promuove il ritorno attraverso sgravi fiscali (Controesodo). Ma non mi ci vedo ancora a vivere in Italia (a guardare la televisione italiana credo che non mi ci abituerò mai più…) e a trovare un terreno fertile per i miei progetti. Un solo esempio: da qualche mese sto cercando di produrre un documentario sul mio libro, ovviamente ho bussato alla porta di molte case di produzione e istituzioni italiane, ma non ho cavato un ragno dal buco. A Barcellona, alla prima casa di produzione a cui mi sono rivolta il progetto è sembrato subito interessante e mi hanno dato carta bianca, nonostante la crisi economica, secondo tutti i mezzi di comunicazione, sia molto più profonda in Spagna che in Italia…
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