Impressioni americane: le prime 36 ore
Dopo l’InstantLondon di Serena Rosato, un nuovo viaggio ci attende: quello di Livia Iacolare negli States.
“How are you doin’?” E’ questa la domanda che ci si sente porre più spesso in America. “Come stai?” Sia chiaro: a nessuno interessa sapere realmente come stai, tanto meno alla commessa di Best Buy che di lì a poco ti aiuterà a scegliere il tuo telefonino da battaglia. E’ una domanda automatica alla quale si risponde con un semplice “Hi”.
Eppure ogni volta ci casco: ogni volta mi viene da rispondere “Fine, thanks. And you?”, perché ci sono abituata. Perché non la concepisco in quanto espressione formale di cortesia. “Come stai?”. Di che umore sei? Come stanno i tuoi sogni, le tue speranze, le tue aspirazioni? Come ti senti dentro? Metti da parte l’apparenza e dimmi come ti senti in questo momento.
Penso a queste cose mentre me ne sto seduta sul treno della linea 4 che mi porterà a Franklin Av. Sono all’incirca le 18:30 e sono una delle tre persone caucasiche in un vagone occupato da afroamericani. Accanto a me una quindicenne con la testa rasata legge voracemente un manuale di brokering mentre con la mano destra si gratta il polpaccio sotto lo stivale di pelle. Pessima idea indossare stivali di pelle in questa giornata umida e afosa.
Sono a New York City da circa 36 ore e stavolta potrò godermi la città senza lo stress di chi deve fare tutto in pochi giorni. Ma una cosa è certa: sull’Empire State Building non ci andrò, cascasse il cielo. Questa città non sarà mai piccola ai miei occhi: preferisco osservarla dal basso e conoscere il suo sottobosco, le forme di vita aggrappate alle sue radici possenti.
Il treno ci inietta nelle vene della città alla velocità della luce (o quasi). Sfoglio un’antologia di poesie di Leonard Cohen che ho comprato da Barnes&Nobles. In realtà cercavo un volume specifico, “Flowers for Hitler”, ma pare che non lo ristampino da anni, per cui mi sono dovuta accontentare. Mi sono fatta strada tra i corridoi delimitati da cataste di libri, facendo lo slalom tra i lettori spalmati al suolo e gli avventori intenti a succhiare il wifi gratuito.
Solo tre scaffali dedicati alla poesia: davvero pochini per una libreria in cui è facile perdersi. La sezione dedicata allo yoga predomina su tutto il resto: calzini e guanti antiscivolo, CD musicali, materassini, DVD, manuali e quant’altro l’umanità possa concepire sul tema. Dopo un rapido giro mi sono resa conto del fatto che ci fossero più tazze con frasi zen che libri di poesia in quel posto.
Intanto il treno è arrivato a destinazione e un ceffone di aria calda mi colpisce al volto nel momento in cui si aprono le porte. La stazione è uno scheletro di plastica dura, acqua, ferro, cemento e piastrelle di ceramica del secolo scorso. Un utero usurato ma accogliente che ti trattiene finché può e ti stordisce con il suo profumo innaturale e al contempo familiare.
Sulla via verso casa mi soffermo a guardare le case a schiera dai mattoni rossi che somigliano a dei biscotti giganti. Quasi verrebbe voglia di prenderle a morsi (ovviamente dopo aver divelto le scale antincendio). Sono a Brooklyn, nella parte più lontana dal centro pulsante di Manhattan. Qui le giornate sono scandite in modo diverso e le persone – dopo una certa ora – camminano lentamente. A Brooklyn il cerchio si chiude, la vita prevede delle pause. Non siamo nella “city that never sleeps”.
L’odore di carne alla griglia misto a quello di chicken tikka masala mi rapisce e le insegne intermittenti incorniciano il mio percorso con i loro colori fluorescenti. Non è ancora l’ora del tramonto ma ci siamo quasi. E’ l’ora in cui i ragazzi si siedono sulle scale davanti ai portoni con gli skate tra le gambe e la gente rientrata dal lavoro porta a spasso i cani dalle vesciche gonfie.
Giunta davanti al portone di casa ritrovo la familiarità di un gesto: quello di cercare le chiavi nella borsa. La chiave del portone gira a vuoto solo perché dimentico che va girata in senso antiorario. Quando me ne accorgo è troppo tardi: una ragazza dai denti bianchissimi la apre dall’interno e – sorridendo – mi saluta con un “Hey, how are you doin’?”.
No related posts.







