Impressioni americane: pizza, identità e proteste

Chiamatemi Jane Smith. Questo è il nome che la commessa di Best Buy mi ha dato quando ha registrato la mia sim card di AT&T. Me ne sono accorta solo qualche giorno fa. Jane Smith è la Maria Rossi americana: una donna che è stata inventata per riempire i moduli e fare improbabili donazioni ad altrettanto improbabili istituzioni che salveranno il mondo. Jane Smith: un nome così comune da risultare unico. Sarà il mio nome di battaglia e me lo cucirò addosso come un tatuaggio maori.

Oggi abbiamo un po’ di riunioni da fare nel nostro ufficio a Bowling Green, nei pressi di Wall St. Al secondo piano dell’edificio che ci ospita c’è un bordello clandestino mentre al terzo c’è un appartamento di circa 100 metri quadri, vuoto e sfasciato nel quale non sarebbe entrato nemmeno Edgar Allan Poe se l’avesse visto. “Pare che qualche mese fa abbiano ammazzato delle donne là sotto” dice Mark addentando un bagel. In effetti sembra la scena di un crimine consumato da poco.

In uno degli angoli dell’open space abbandonato c’è un divano di legno e velluto marrone con le gambe spezzate accanto al quale è stato appoggiato un telefono pubblico, uno di quelli che si trovano per strada. Cavi gialli sono attorcigliati tutt’intorno. C’è odore di moquette bagnata, le pareti sono di un azzurro cielo e le finestre enormi inquadrano il traffico su Beaver St.

Noi siamo al quarto piano e condividiamo l’ufficio con una comunità di artisti che si riunisce un paio di volte alla settimana. Il pavimento in legno massiccio riflette la luce e nella sala principale ci sono dieci file di sedie nere di plastica disposte in semicerchio intorno ad un pianoforte. Una grande cucina fornisce tutto il necessario per la sopravvivenza.

Mi affaccio ad una delle enormi finestre per osservare i passanti. C’è un po’ di agitazione in strada ed i poliziotti controllano l’accesso alla via principale dalle strade affluenti. “Stanno protestando” mi rivela Mark “E’ una cosa che va avanti da qualche giorno ma la stampa e la TV non ne hanno parlato fino a poche ore fa”.

“Occupy Wall Street” (#OccupyWallStreet) è il nome della protesta che si sta svolgendo in questo momento sotto i miei occhi. Gli indignados locali si ribellano al sistema finanziario americano. Tutto è cominciato il 17 Settembre proprio ai piedi del toro bronzeo di Bowling Green Park, uno dei simboli dello stra-potere economico di Wall Street. La settimana scorsa hanno arrestato circa 80 protestanti ma questo non ha domato gli animi.

Osservo la fiumana che passa sotto il mio naso e penso all’Italia e a tutti i motivi che avremmo per stare in piazza 24 ore su 24. Mark nota il mio interessamento alla protesta e – dopo aver mandato giù un lungo sorso di caffè – dice: “Dovresti scendere giù a dare un’occhiata. E’ un momento storico per la città”. So che ha ragione e ormai la mia curiosità è troppo grande per contenerla.

Scendo con in tasca qualche dollaro e il mio cellulare. Mi soffermo sui volti e sui gesti dei protestanti. Alcuni indossano la maschera di Guy Fawkes ed agitano cartelli con frasi tipo “Vi amo tutti” e “Il dissenso è patriottico”. C’è un materasso matrimoniale accanto ad un’aiuola e su di esso si dimena una coppietta in amore che diventa immediatamente il soggetto preferito dai fotografi presenti sul posto. I poliziotti circondano la piazzetta nei pressi del Trinity Building e chiacchierano tra loro. Un ragazzo latinoamericano si posiziona accanto ad un carretto degli hot dog e – sghignazzando – urla ai protestanti “Andatevene tutti a fanculo!”. La cosa non sembra sconvolgerli più di tanto.

Ma la rivoluzione non si fa a pancia vuota ed ecco arrivare una ventina di pizze giganti che vengono meticolosamente tagliate (indossando guanti di lattice) ed offerte ai passanti. Mi avvicino ad un ragazzo dai capelli rossi che distribuisce cibo e bevande. Gli chiedo se può darmi un trancio di pizza e lui lo fa con piacere. “Come vanno le cose?” gli domando. “Beh, ormai sono due settimane che siamo qui. Bisogna resistere!” sorride ed alza gli occhi al cielo.

Ci voltiamo entrambi di scatto non appena qualcuno intona lo slogan “Wall Street is our street”; a poco a poco tutti si uniscono a quell’unica voce. Wall Street è la nostra strada, la strada di tutti. Il coro si spegne dopo un po’ e tutto torna alla calma. “Ah comunque io sono Brett, tu come ti chiami?” mi domanda il tipo. Addento la pizza e rispondo “Jane, il mio nome è Jane”.

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Livia Iacolare

Napoletana, scalda sedie con successo dal 1981. Laureata in Lettere Moderne, inizia la sua carriera nei nuovi media scrivendo per alcuni siti specializzati, tra cui Mashable. Nel 2008 entra a far parte del team italiano di Current, dove ricopre il ruolo di Social Media Coordinator fino alla a chiusura del canale avvenuta nel Luglio 2011. Attualmente è Lead, Social Media Outreach per IB5k, un network di producer e newmediologi che annovera tra i suoi clienti Obama (per la campagna presidenziale 2008), i Democrats americani e la World Bank. Livia è molto interessata alle nuove forme narrative sdoganate dai social media, cucina discretamente bene, suona l'armonica e viaggia appena può.