IMPRESSIONI AMERICANE: San Francisco, la nebbia e la musica

L’sms di Frank arriva mentre sto mangiando la pasta che ho preparato nel mio appartamento qui a San Francisco: “Io ed Amy passiamo a prenderti tra un’ora. Ti portiamo al Bluegrass. Ti piace il vino rosso? Porta una giacca”. In quindici minuti sono pronta. L’estate di San Francisco (nota anche come “Indian summer”) mi aspetta e non posso farla attendere.

Hardly Strictly Bluegrass è un evento gratuito finanziato da un comitato composto da persone molto facoltose. Si svolge ogni anno all’interno del Golden Gate Park. Qui vengono ad esibirsi musicisti famosi e meno famosi: ieri c’era Robert Plant dei Led Zeppelin. Ci sono almeno quattro palchi montati nel parco e su ciascuno di essi si suona un genere musicale diverso.

Frank ed Amy sono puntualissimi e la loro enorme Jeep sfreccia nel traffico quasi fosse una Smart. Il Golden Gate Park è enorme, più grande del Central Park di New York e sicuramente più selvaggio. Ci incamminiamo nella boscaglia e ad un tratto si apre davanti a noi una vallata con un palco e della musica. Migliaia di persone se ne stanno sdraiate a terra su teli colorati, all’interno di un perimetro delimitato dagli stand che servono cibo e bevande. Nell’aria c’è un mix di profumi ben amalgamati tra loro: frittura, pollo alla messicana, arrosto, erba schiacciata e marijuana.

Oltre gli stand ci sono degli alberi dalle radici enormi che diventano capanne per avvolgere i corpi rannicchiati degli innamorati. Non c’è nessuno che vada in giro senza un sorriso ed una birra nella mano. L’atmosfera è quella che prima di oggi ho potuto percepire solo in alcuni filmati della fine degli anni Sessanta. La natura tutt’intorno è architettata per proteggere queste persone, quasi fosse un abbraccio.

Amy dice che tra poco arriverà la nebbia, la famosa nebbia di San Francisco che solitamente fa calare la temperatura in modo precipitoso. In realtà non è “fog”, ovvero la nebbia pesante, umida e fitta; è piuttosto una sorta di “mist”, una foschia leggera che si muove sinuosamente tra le cose e le persone. Io mi guardo intorno e penso che la nebbia non arriverà: non può arrivare proprio ora e rovinare tutto.

Mi soffermo sulle le coppie di anziani che contemplano lo spettacolo che le circonda con una luce particolare negli occhi. Chissà quante ne avranno viste quando erano giovani – penso. Eppure le scintille nei loro sguardi mi fanno capire che non sono sazi, che vogliono esserci e godere di tutto questo fino all’ultimo momento. Certo, non è come quarant’anni fa: non c’è Jimi Hendrix che schitarreggia sulle note di “Little Wing”, non ci sono i Jefferson Airplane che urlano “Feed your head!” e manca il Bob Dylan migliore per intonare “Shelter from the storm”. Però c’è la musica e ci sono le persone. E questo basta.

Sollevo la testa e intravedo un ciuffo bianco sopra gli alberi in lontananza. Eccola – penso – sta arrivando. La nebbia di San Francisco somiglia un po’ al fumo di Lost ma è bianca e sottile. Siamo tutti stesi a terra e posso sentire il battito del cuore della signora cinquantenne seduta accanto a me con le piume nei capelli. Quasi sento l’ossigeno che entra dentro di lei e l’anidride carbonica che fuoriesce dal suo corpo. Qualcuno con la chitarra suona “Loving you is sweeter than ever” e mi sembra di essere immersa in uno dei miei sogni ricorrenti.

Da ragazzina credevo di essere la reincarnazione di qualche amica di Janis Joplin: non osavo pensare di poter ospitare l’anima della divina Janis… ma quella di una sua amica incontrata a San Francisco, quello sì! Magari l’amica scapestrata che le offriva sempre le sigarette. Mi sarebbe bastato. Ora mi trovo qui in mezzo a tutta questa gente che ride, canta, si saluta come se si conoscesse da sempre e si congeda come se fosse per l’ultima volta. E mi sembra di rivivere qualcosa che ho vissuto qualche decina di anni fa, forse in una vita in cui ho offerto molte sigarette.

Alzo gli occhi al cielo e quel barlume di nebbia che intravedevo fino a pochi minuti fa è sparito, non c’è più. Sì la nebbia si è allontanata, forse sciolta dal calore emanato da tutti noi, oppure commossa dalle preghiere di chi la implorava di andare a rinfrescare le teste di qualcun altro. Tutto è tranquillo, come sospeso in un limbo confortante e piacevole. Il pericolo si è allontanato e ci rilassiamo. Ci si scambia cibo, bevande, erba e tutto ciò che è possibile condividere.

Quasi tutti i partecipanti hanno con sé un sacchetto di carta per i rifiuti e chi non ce l’ha va diligentemente a riporre la spazzatura negli appositi contenitori per la raccolta differenziata. Qui accorrono persone di tutti i tipi: dai senzatetto ai ragazzi fighetti del Mission District, dagli studenti di legge di Stanford ai geni di Facebook. Il rispetto per gli altri è la cosa che mi colpisce di più in questa occasione.

Stringo amicizia con il capitano Derek Porter che organizza escursioni in barca in Alaska. E’ un uomo di bell’aspetto con dei profondissimi occhi blu, una grande cicatrice sull’avanbraccio, il volto abbronzato e le rughe marcate. Le sue figlie vivono in diverse parti del mondo e lui è venuto apposta da Sitka per partecipare a questo evento. Mi fa vedere le loro foto sull’iPhone e mi dice che è contento di aver conosciuto un’italiana in questo casino perché lui ama l’Italia. Prima di andare via mi ringrazia, quasi gli avessi concesso un privilegio.

Sono ormai le sette e i concerti sono terminati. Ci avviamo lungo il viale che ci porterà al parcheggio. Frank tiene la mano di Amy e l’aiuta a risalire la collinetta. Sul nostro cammino incontriamo un uomo con una lunga barba; agita un cartello che recita “Occupy San Francisco” e proclama: “Succederà anche qui, preparatevi! Siate pronti a partecipare! L’onda sta arrivando!”. Ripenso alla manifestazione di New York di qualche giorno fa, quella che ho osservato con questi occhi.

Un ragazzino che avrà forse diciassett’anni cammina davanti a me e soffia in un’armonica mentre prende a calci dei sassi. Riconosco le note di “Find the cost of freedom” e mi spiazzano; mi spiazzano come il tramonto che si fa largo con impazienza tra i rami degli alberi. Un tramonto che somiglia alla nebulosa di Orione e mi sembra l’inizio del giorno più che la fine.

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Livia Iacolare

Napoletana, scalda sedie con successo dal 1981. Laureata in Lettere Moderne, inizia la sua carriera nei nuovi media scrivendo per alcuni siti specializzati, tra cui Mashable. Nel 2008 entra a far parte del team italiano di Current, dove ricopre il ruolo di Social Media Coordinator fino alla a chiusura del canale avvenuta nel Luglio 2011. Attualmente è Lead, Social Media Outreach per IB5k, un network di producer e newmediologi che annovera tra i suoi clienti Obama (per la campagna presidenziale 2008), i Democrats americani e la World Bank. Livia è molto interessata alle nuove forme narrative sdoganate dai social media, cucina discretamente bene, suona l'armonica e viaggia appena può.