194 contro 150.

Questi sono i numeri dell’aborto in Italia.

Guardavo il Tg3 ieri e mi è saltato all’orecchio l’ultimo servizio sull’obiezione di coscienza in Italia. Ebbene sono solo 150, almeno dai dati, i medici non obiettori che ci sono all’interno degli ospedali italiani.
Questo comporta un rischio per una legge approvata nel 1978 e in seguito confermata da un referendum popolare del 1981. Una situazione paradossale che compromette la libera scelta di molte italiane.

Infatti a fronte di ospedali privi di reparti di interruzione di gravidanza e lunghe liste d’attesa per quei pochi reparti esistenti, si amplifica il numero di aborti clandestini, magari praticati in privato dagli stessi medici obiettori, e la fuga verso paesi più “civili”.

Ma cosa rende nel 2011 una legge così vecchia e così integrata nella nostra vita, così difficile da praticare? La legge permette alle donne di interrompere la gravidanza entro i primi 90 giorni per motivi vari: dal rischio per la salute fisica e psichica della futura mamma, alle condizioni economiche, sociali o familiari, fino alle possibili anomalie del feto.
Sono tante le donne che in questi anni hanno potuto dire no al concepimento, ma purtroppo in un paese troppo cattolico come il nostro, sono sempre state additate.

L’interruzione di gravidanza è un diritto della donna. Certo l’IVG non è un metodo contraccettivo e quindi non è la salvezza all’errore del momento, ma potrebbe essere la salvezza di donne sole che non possono affrontare le spese o di madri che decidono di non mettere al mondo bambini con anomalie gravi.

Questa è l’Italia di oggi, un paese pieno di leggi esistenti ma difficili da attuare. Un paese dove la donna ancora fa difficoltà a prendere decisioni importanti per la propria vita. E poi ci sono i medici non obiettori, che nel loro numero ristretto, devono affrontare una vera e propria caccia alle streghe. Mi chiedo, la libera opinione è importante per vivere, ma forse la libertà di scelta, offerta anche dalla legge, non rende un paese più forte?

Alle prossime generazioni l’ardua sentenza!

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Andreina Serena Romano

Appassionata di Bon Ton e di scarpe, fa i suoi primi passi nel mondo della comunicazione e delle pubbliche relazioni nel 2000. Laureata in International Business alla Nottingham Trent University, si è occupata di comunicazione nella musica, nella moda e nel turismo girando tra Milano, Bologna, Londra e Barcellona. Adessosi occupa di eventi, relazioni istituzionali e comunicazione.