L’Egitto è lontano da Piazza Tahrir, abbiamo fallito
Piazza Tahrir è ancora teatro di violenze. Negli ultimi cinque giorni ci sono state quindici vittime e seicento feriti. Le immagini del pestaggio di una donna hanno portato centinaia di donne a manifestare. In questa intervista a due giovani blogger egiziani arriva anche un’autocritica: «Non abbiamo capito i bisogni della gente». Il ricordo delle violenze è però indelebile: «Viverle in prima persona ti segna, per sempre».
«Perdonateci, egiziani. Siamo stati arroganti e idealisti e abbiamo sbagliato. Se potete perdonate i nostri errori, ci siamo scontrati con i militari e abbiamo dimenticato la gente». Inizia così il blogger cairota conosciuto con lo pseudonimo di Sandmonkey. Il giovane attivista, diversamente dai suoi colleghi liberali, si è presentato alle recenti elezioni politiche nel blocco liberale che va sotto il nome di El Kotla Al Masria. Non è però riuscito a vincere.
«Abbiamo portato le persone fino al punto in cui erano pronte al cambiamento (e a migliorare) ma lo abbiamo ignorato. Abbiamo invece focalizzato tutte le nostre energie nel mal gestire le battaglie politiche che man mano si sono presentate. Ci siamo scontrati con i militari, abbiamo dimenticato la gente», ripete in modo sconsolato Sandmonkey. Abbiamo permesso che questa piccola finestra, che si è aperta a gennaio e che probabilmente si apre ogni 100 anni quando un paese è volenteroso di cambiare e di evolvere, andasse sprecata». Il blogger non riesce a trattenere un sospiro sconsolato e continua: «Per poter continuare il nostro cammino, dobbiamo sapere riconoscere ed analizzare gli errori commessi, altrimenti si rischia di allontanarsi drasticamente dal nostro popolo».
Non nasconde un divario tra i rivoluzionari e la gente comune: «Questo distacco esiste ed è reale. Abbiamo priorità diverse che ci hanno, inevitabilmente, allontano gli uni dagli altri. Le nostre priorità sono un governo civile, la fine della corruzione, la riforma del corpo di polizia, della giunta dei militari, della legge, della televisione di stato». Diverse le priorità della maggior parte degli egiziani, «vivere in pace, portare il cibo in tavola la sera, poter sfamare i propri cari e sé stessi. Abbiamo ignorato o, forse, trascurato eccessivamente tutto ciò. Abbiamo detto loro di mettere da parte le loro paure economiche, perché le cose sarebbero andate meglio nel lungo periodo». «È stato un errore. Non possono vivere così miseramente neanche per un mese in più e noi gli abbiamo chiesto, invece, di resistere ancora per altri anni! Noi abbiamo proposto loro sicurezza e giustizia sociale nel futuro, altri – invece – hanno dato loro soldi e cibo per sopravvivere nel presente. Da che parte sta la maggior parte degli egiziani secondo te? Sicuramente non dalla nostra. Per riuscire a vincere questa battaglia, questa volta dobbiamo essere uniti. E dobbiamo capire le esigenze reali e concrete della nostra gente». Continua con il suo sfogo liberatorio, evidentemente colmo di frustrazione e dolore per le recenti morti «Un altro errore che abbiamo commesso dopo la rivoluzione di gennaio è stato il seguente: abbiamo permesso all’aspetto politico di prendere il sopravvento su quello culturale e sociale. In Egitto c’è tanta arte, musica e creatività, non abbiamo celebrato abbastanza né promosso queste caratteristiche, tipiche della nostra gente».
«Anche il lavoro svolto è stato incentrato nell’insegnare alla gente i loro diritti politici e poco e niente, viceversa, il rispetto per le donne e per le altre religioni che esistono in questo paese. All’epoca, a gennaio, non era questa una priorità, perché – nella nostra miope arroganza – abbiamo pensato che le persone sarebbero cambiate da sole. Che si sarebbero comportate in modo giusto, nonostante il fatto che nella storia della nostra umanità, non c’è mai stata una singola prova che le persone, da sole, abbaino agito in modo giusto».
Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/piazza-tahrir#ixzz1h9m8MBF8
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