L’insediamento protostorico di Longola di Poggiomarino: cos’è e perché è importante proteggerlo.

Immaginate un villaggio di isolotti, che affiorano uno vicino all’altro dall’acqua. Su ciascuno di essi ci sono case e recinti per animali: i bambini giocano, le donne si occupano della casa, gli uomini si spostano su barche e progettano e costruiscono strutture di legno per arginare la corrente e strappare altra terra alle acque del fiume.

Non è Venezia né Amsterdam, ma un insediamento di cui non conosciamo più il nome, cresciuto all’ombra del Vesuvio e abitato per un lungo arco di tempo dall’Età del Bronzo al VI secolo a. C. Lo chiamiamo Longola, adesso, dal nome della località in cui ricade nel comune di Poggiomarino, a pochi km da Pompei. Scoperto nel 2000 per caso, come spesso accade in Italia, mentre si costruiva il depuratore del Medio Sarno. Ci vogliono grande occhio, esperienza e – perché no – istinto per distinguere le tracce labilissime di un insediamento protostorico nella confusione della terra e delle pietre rivoltate dai bobcat. Molti archeologi in Italia, anche se lo Stato non lo riconosce, queste capacità le hanno e le esercitano quotidianamente.

E Claude Albore Livadie si è letteralmente imbattuta in un insediamento sconosciuto, che ha poi scavato nel corso di quattro campagne assieme ad archeologi, tipologi, archeobotanici, archeozoologi, architetti, fotorilevatori, disegnatori ed esperti di informatica, figure formate sul campionamento dei legni e sull’interpretazione delle analisi dendrocronologiche. Un vero e proprio esercito di professionisti dei beni culturali, che ha indagato 1600 mq di terreno, recuperando informazioni fondamentali per la conoscenza e la comprensione di una parte del nostro passato.

Doveva forse apparire così il territorio di Longola quasi 2900 anni fa: un sistema di canali artificiali, un paesaggio fortemente antropizzato e piegato alle esigenze dei nuclei familiari che lo abitavano.
Forse proprio quei Sarrastis populos citati da Virgilio nell’Eneide (VII 738).

Una lotta tra uomo e natura che aveva portato gli abitanti a sviluppare tecniche progredite per abbassare la falda freatica (deviando le acque superficiali in canali secondari) e per realizzare colmate per un migliore utilizzo dei piani di calpestio.

Una scommessa vinta, se le indagini archeologiche hanno restituito tralci di vite residui dalla potatura, ammassi di acini, vinaccioli, pedicelli e raspi: questi uomini avevano sufficiente spazio per coltivare la vite e pigiare l’uva già durante l’età del Ferro.

Del villaggio oggi restano le strutture in legno: i pali e le tavole delle capanne, delle canoe, dei recinti, delle palizzate d’argine e delle piattaforme, della costruzione degli isolotti. Sono elementi che non si recuperano spesso durante gli scavi, perché molto delicati e soggetti ad un deperimento rapido: qui invece la presenza di una falda freatica ha portato alla formazione di un ambiente anaerobico, che ha permesso un’ottima conservazione anche dopo migliaia di anni.

Frammenti di faggio e acero, di salice, olmo, frassino e ontano che aiutano a ricostruire parte del paesaggio antico. È importante anche per questo, Longola, per il suo legname attentamente studiato attraverso analisi dendrocronologiche, che hanno consentito per la prima volta di inserire l’Italia centro meridionale in un contesto di cronologia assoluta. Basandosi sull’analisi dell’accrescimento degli anelli dei tronchi, cioè, è stato possibile individuare l’esatto periodo di tempo nel quale essi sono stati tagliati ed utilizzati come materiale da costruzione.

Eppure il sito, che non è aperto al pubblico, da anni vive sotto la minaccia di un interramento.
«Il livello della falda richiede un uso continuo di pompe idrauliche per poter operare» ha affermato qualche giorno fa in un’intervista a il Mattino di Napoli Elena Cinquantaquattro, Soprintendente per i beni archeologici di Napoli e Pompei. «Se interriamo è proprio per garantire la salvaguardia delle importanti scoperte».

Non le si può dare certo torto.

Nell’ultima settimana le associazioni dei cittadini, politici locali e l’Associazione Nazionale Archeologi si sono mobilitate per la difesa dell’area. E il sindaco, Leo Annunziata, ha incontrato l’assessore regionale ai beni culturali Giuseppe De Mita facendo proposte precise: musealizzazione, fruizione del pubblico, proseguimento dello scavo.

Per ora la ricopertura è temporaneamente scongiurata, in attesa di nuove proposte (soprattutto economiche).
È un sito abituato a resistere quello di Longola. Secondo la Albore Livadie, «tutti i momenti di vita del villaggio mostrano come lo spazio abitativo sia stato costantemente riorganizzato per adattarsi, volta per volta, ai continui mutamenti geomorfologici dell’area». Lottiamo perché sia così anche oggi, nel 2012.

Foto e approfondimenti su
http://astridrome.wordpress.com/

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Astrid Deredita

Astrid D'Eredità. Nata a Taranto nel 1979, vive a Roma con un biglietto aereo per l'Europa sempre in tasca. Ha conseguito un PhD in Archeologia presso l'Università degli Studi 'Federico II' di Napoli e una specializzazione in Museologia e Museografia presso l'Università degli Studi 'Aldo Moro' di Bari; e siccome le piace studiare (non se ne deve vergognare) frequenta oggi il corso di laurea in 'Comunicazione pubblica e d'impresa' de la Sapienza. È responsabile comunicazione e nuovi media per l'Associazione Nazionale Archeologi, in seno alla quale ha fondato il comitato di genere 'Archeologhe che (r)esistono archeologhecheresistono.wordpress.com. Si occupa di divulgazione, nuove tecnologie applicate ai musei e alla ricerca archeologica e di crociate per il riconoscimento giuridico dei professionisti dei beni culturali. Un suo saggio sulla musealizzazione delle stazioni delle metropolitane in Europa e nel mondo si è aggiudicato nel 2011 il V Premio Forma Urbis. http://independent.academia.edu/SimonaSanchirico/Papers/1264006/Simona_Sanchirico_Editoriale_V_Premio_Forma_Urbis_). Blogger per Nuovo Paese Sera, è managing editor della rivista scientifica online 'Il Futuro dell'Antico". E sposerà Paul McCartney, prima o poi. In rete: http://about.me/astridrome