Il sindacato non e’ cambiato
Ho sempre pensato che il lavoro sia il perno intorno al quale costruire il progresso della societa’ umana. Non per retorica operaista e per nostalgismo per i grandi movimenti popolari, che hanno fatto bene o male la storia moderna come protagonisti del cambiamento o come nemici da combattere, ma perche’ penso che sia lo strumento piu’ giusto ed efficiente per produrre e ripartire il reddito e diffondere valori come la solidarieta’ e l’uguaglianza.
Non siamo piu’ nel Novecento e questo rapporto malato tra finanza e economia e l’avvento dei nuovi giganti produttivi di questo secolo sta stravolgendo ogni parametro valoriale e ogni punto di riferimento fondato sul post-fordismo. Oggi l’occupazione non ha piu’ la struttura degli anni settanta e non puo’ essere rappresentata esclusivamente dagli organismi collettivi di chi il lavoro ce l’ha, stabile e garantito. Gia’ allora, quando furono pensati nel nostro paese gli ammortizzatori sociali e lo statuto dei lavoratori, la gran massa di coloro che lavoravano nelle micro e piccole imprese rimasero fuori da quelle tutele.
Lavoravo in un sindacato confederale agli inizi degli anni ’80 e suggerivo al segretario di Roma di mettere dei camper-sportello in ogni quartiere di uffici, se voleva veramente rappresentare tutto il lavoro, non solo il pubblico impiego, il commercio nei grandi magazzini e le fabbriche che si facevano le ossa sulla Tiburtina, ma quello minuto e gia’ allora precario dove si scaricava lo sfruttamento e il ‘’nero’’.
Ma allora come oggi il sindacato esiste dove riesce a organizzarsi piu’ facilmente e dove puo’ esercitare piu’ facilmente un potere. Non se ne fece ovviamente niente. Oggi ai dipendenti delle piccole imprese si sono aggiunti i precari, i lavoratori ”poveri” ( un tempo sarebbe stata una contraddizione) i tanti figli di lavoratori rimasti inoccupati, i disoccupati cinquantenni, la sottoccupazione del lavoro nero, cioe’ clandestino.
Chi rappresenta il nuovo mondo oggi? Il sindacato non e’ cambiato, ma intanto il bacino dei lavoratori dipendenti in Italia superano ormai di poco i 16 milioni e tendono a ridursi velocemente. Sono cambiati i partiti che avrebbero il compito di rappresentare tutta la societa’ e un’idea della societa’ inclusiva su cui fondare il futuro del paese? Non sembra, mi pare ancora che prevalga da una parte la difesa di un corporativismo di caste sempre piu’ ristrette e di impresentabili conflitti di interesse e dall’altra riemerga il dogma (o la debolezza) del partito divenuto cinghia di trasmissione del sindacato confederale, sballottato e paralizzato dai veti incrociati dei tanti potentati e delle caste della prima repubblica.
I risultati sono evidenti. A tentare di farsi carico del mondo (ormai maggioritario) degli esclusi e’ paradossalmente un governo ”tecnico”, quindi sganciato per definizione da partiti e sindacati. Tanto che molta gente a destra e a sinistra comincia a pensare con orrore al ritorno della ”politica”, con le elezioni nel 2013. Piccoli, grandi provvedimenti come l’introduzione di un reddito di cittadinanza utilizzato nella generalita’ dei paesei Ue che assicuri un sostegno a tutti coloro che sono alla ricerca di un’occupazione, rientrerebbero in questo cambio di passo e di prospettiva di cui l’Italia ha disperatamente bisogno e che coinvolge istituzioni, sindacati, partiti, associazioni datatoriali e ”corporazioni”.
Uno dei tanti segnali che tarda ad arrivare. Anche dal goveno Monti arrivano segnali contraddittori. Riesce ad affrontare a viso aperto riforme che attendiamo da decenni e che nessun governo precedente e’ stato capace di intraprendere con sufficiente determinazione. Sul lavoro ci stiamo impantanando in una sterile diatriba sull’articolo 18 come se il problema non fosse oggi come assumere e non come licenziare. E in tempi di crisi sono veramente due questioni molto distanti. Ma intanto l’esecutivo tecnico di Monti comincia a costituire molto piu’ di un momento di transizione.
Sta mettendo a nudo la debolezza dei santuari dell’attuale politica e in un crollo generalizzato della fiducia verso i partiti in cui si salva solo il Presidente della repubblica e il primo ministro sta aprendo la strada alla terza repubblica in una prospettiva di fatto neopresidenzialista.
Riusciranno i partiti a fermare la deriva con una nuova legge elettorale? Dobbiamo aspettarci un rimescolamento delle alleanze o la nascita di nuove formazioni politiche? Qualcuno tentera’ di cavalcare l’onda? E chi riuscira’ a giocarsi e a neutralizzare la carta Monti candidandolo a succedere a se stesso a palazzo Chigi o magari al Quirinale? Domande inquietanti. Ma questa e’ un’altra storia.
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