Conversazioni sui media-mondo

Web, social media, Agenda digitale e “popolo della rete”. Intervista a Giovanni Boccia Artieri Professore straordinario presso la Facoltà di Sociologia dell’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, dove insegna “Sociologia dei new media” e “Comunicazione pubblicitaria e linguaggi mediali”. Presidente della Laurea in Informazione media pubblicità e coordinatore del Dottorato di Ricerca in Sociologia della comunicazione e scienze dello spettacolo e Vicedirettore del LaRiCA.

C’è un tema che, naturalmente, rischia di diventare il vero strumento di misurazione del tasso di innovazione di questo Paese e cioè l’Agenda Digitale. A che punto siamo? Che agenda consigli al Governo per praticare e non più predicare l’innovazione in Italia

Il fatto è che la mutazione dell’ambiente digitale, anche in termini di afflussi numerici e di soggettività presenti, ha riportato al centro della scena alcune posizioni che sembrano del tipo apocalittici ed integrati (anche se, chiamati in causa gli autori delle diverse affermazioni ricorrono subito a distinguo o alla fretta della sintesi). L’eccesso di contenuti amatoriali e poco curati o scorretti o fuorvianti o banali o stupidi, le prese di posizione contro minoranze etniche, culturali, eccetera fino alle farneticazioni su blog e social network sono sufficienti per dire che si tratta di un ambiente da evitare? D’altra parte l’ideologia degli UGC (contenuti generati dagli utenti), della creatività che si diffonde a colpi di status o il fatto che sia Twitter a fare le rivoluzioni sappiamo che non possono diventare generalizzazioni utili. La verità è che stiamo entrando in una fase critica della cultura digitale in cui dobbiamo muoverci con consapevolezza circa la non neutralità di piattaforme di blogging e social netowrk e sulla necessità di un maggiore network pragmatism che si assuma i rischi di diffondere una cultura della “cura” degli spazi web e di accettazione di questo favoloso miscelarsi di contesti amatoriali e professionali, di informazione ed intrattenimento, di relazioni interpersonali in ambienti pubblici di massa.

Sul rumore di fondo mi torna in mente la querelle ultima tra Riotta e De Biase. Ce la spieghi?

Le forme mi sembra che mutino a fronte delle diverse possibilità messe in gioco da blog e siti di social network. Dobbiamo ricordarci che i contenuti che produciamo dipendono strettamente dalle connessioni messe in gioco, reali e potenziali. La potenza di espansione geometrica di un re-tweet può amplificare un pensiero o la descrizione di un evento. La reputazione di chi selezione “curandolo” un contenuto può decretarne il tasso di notiziabilità. In Iran non erano le masse a twittare, ma il numero dei re-tweet e il fatto che venissero selezionati e rilanciati da giornalisti occidentali ha amplificato anche le voci di coloro che quei tweet rappresentavano.
Resta, ovviamente, il problema del rumore di fondo che in Rete si genera nella miscela esplosiva fra contenuti personali e di rilevanza pubblica, di fatti ed opinioni sui fatti, sino al caso delle notizie fasulle che vengono rilanciate, magari diventando Trending Topics. E’ un ambiente che dobbiamo imparare a conoscere e curare per abitarlo nel modo migliore possibile.

Ma anche i linguaggi sono cambiati? 140 caratteri oggi possono diventare una notizia, ed ogni utente può sostituire le stesse agenzie di stampa. E’ successo per la nomina dei ministri del Governo Monti ed è successo durante la primavera araba.

La blogosfera è sempre attiva, con i suoi ritmi e modi. A livello di diffusione molti dei blog più letti cinque anni fa lo sono anche oggi e a questi si sono aggiunti – oltre ad altri che hanno differenziato le tematiche, penso ai fumetti o alla gastronomia, ad esempio – progetti editoriali che nel tempo raccolgono chi aveva già un proprio blog dentro una tipologia di testata: vedi l’esperienza del Sole24Ore, di Wired o de ilPost. Credo sia una sorta di maturità che ha portato la blogosfera degli inizi a mutare da spazio conversazionale a spaccato delle diverse culture dell’informazione e del tempo libero.  Certo che rispetto anche solo a cinque anni fa la visibilità della blogosfera sembra essere diminuita avendo sorpassato la fase dell’hype mediale, cioè del racconto che i media mainstream ne facevano come metafora della Rete che stava mutando in chiave di produzione di contenuti dal basso che diventavano socialmente visibili.

Parallelamente, nel tempo, si sono moltiplicati, con l’arrivo dei siti di social network, gli spazi di dispersione dei contenuti che produciamo e la prima socializzazione a spazi propri sul web non passa più dai blog ma da Facebook. Si è creato un ecosistema dei media sociali che ha prodotto una configurazione diversa.

Ma il Popolo della rete esiste? E se esiste di preciso dove abita?

La definizione “popolo della Rete” è una etero-definizione, prodotta cioè dai media e non internamente al web da qualche gruppo o movimento. E’ un modo di trattare come unità la molteplicità di differenze e di attribuire una soggettività unica a quella che è invece una moltitudine. “Il popolo della Rete si scatena contro…”, “Il popolo della Rete dice che…”. E’ anche un modo per creare un doppio binario di realtà: dentro e fuori dalla Rete. Come se ci fossero due popoli, due territori, quasi incomunicanti l’uno con l’altro. Invece abbiamo semplicemente un aumento delle pratiche di comunicazione interpersonale che si connettono a quelle di massa: dietro un #hashtag su Twitter vengono aggregati tutti coloro che attraverso quella parola chiave vogliono rendere visibile il loro pensiero, il loro disagio, la loro posizione sulle cose che stanno accadendo in società e semplicemente nell’intrattenimento quotidiano. Si tratta però sempre di “corpi”, nella loro nudità antropologica, che abitano il mondo nella loro differenza: solo che questa viene oggi comunicata in modi visibili e aggregabili dando la sensazione di una volontà collettiva laddove c’è invece semplicemente la connessione di intelligenze individuali.

Trattare queste differenze come unità e raccontarle così crea una narrazione più facile ed immediata e anche più manipolabile. Il popolo della Rete non esiste o, se vuoi, siamo noi in ogni nostro momento di vita online per le cose che rendiamo visibili e colleghiamo gli uni agli altri, costruendoci una narrazione al di là di una mediazione fatta da professionisti dell’informazione.

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Sergio Ragone

Giornalista pubblicista, è  stato tra gli animatori della blogosfera politica nazionale ed oggi lavora come social media strategist.  Ha lavorato nelle maggiori agenzie di comunicazione lucane come consulente di comunicazione politica e web 2.0. Intervistato da Repubblica.it per il primo blog collettivo di impegno politico, ha collaborato con giornali e riviste online. Presentatore, ideatore e responsabile della comunicazione dell'Europa Barcamp ( il primo Barcamp itinerante sull'Europa), si occupa di Euromediterraneo con la fondazione Zefiro ed il centro Meseuro.  In Rete: http://about.me/sergioragone