Soul Kitchen: Se la pace si ottiene attorno ad un bicchiere

Il vino è universalmente noto come un simbolo di convivialità e socialità. Il suo uso nel contesto di un pasto comunitario crea tra i commensali una complicità immediata che rende più facili le relazioni sociali ed in generale l’assunzione di vino rende più disposti ad ascoltare le ragioni degli altri. Del resto, come amava ripetere Alexander Fleming, “La penicillina cura gli uomini, il vino li rende felici”

E’ a queste parole che deve aver pensato Andrew Maidment, capo della rappresentanza europea di “Wines of Argentina”, nel proporre ad alcuni produttori di vino del Kent un accordo commerciale carico di significato politico e simbolico: unire il Know-how inglese con la materia prima argentina e creare il primo vino anglo-argentino nel trentennale  della guerra anglo-argentina per le Falkland-Malvinas.

L’idea ha entusiasmato Frazer Thompson, direttore della notissima casa vinicola inglese di Chapel Down. Così 3 tonnellate di uva Malbec hanno preso letteralmente il volo da Mendoza, zona di culto dell’enologia argentina, per raggiungere Tenderden, nel Kent.

Il risultato è il Chapel Down Malbec, “An English Salute” secondo quanto riporta l’etichetta, la cui vendita doveva iniziare lo scorso 17 Aprile, data in cui cadeva l’annuale Malbec World Day, manifestazione enologica che unisce trasversalmente gli appassionati di Malbec di tutto il mondo. Doveva, perché la ben congegnata operazione politico-commerciale è stata stoppata dai rigidi regolamenti europei in materia di produzione vinicola. Secondo le leggi comunitarie infatti la filiera produttiva di un vino deve essere interamente europea mentre le uve del Malbec inglese sono state importate dall’Agentina e non coltivate nella terra di Albione. Per ironia della sorte il regolamento europeo impone che il Chapel Down Malbec non può essere nemmeno chiamato vino ma “bevanda alcolica a base di frutta” e non può essere assolutamente venduto sul suolo europeo. La casa vinicola inglese, evidentemente e colpevolmente ignara delle regole comunitarie, ha cercato di rimediare in extremis alla brutta figura decidendo di regalare le circa 1300 bottiglie già prodotte ai consumatori che compreranno i famosi “Sparkling Wine” fieramente e orgogliosamente prodotti nel Kent. Morale della favola, quella che poteva essere catalogata come una costosissima defaillance della Chapel Down potrebbe trasformarsi in un enorme spot pubblicitario e rappresentare una manna per i collezionisti che non si lasceranno di certo sfuggire l’occasione di mettere le mani sul “maledetto” Malbec anglo-argentino.

La vicenda, aldilà degli aspetti più grotteschi e ironici, sottolinea una volta di più l’importanza sempre crescente della produzione vinicola argentina. Il celebre enologo francese Michel Rolland non ha esitato a definire le potenzialità del paese sudamericano “praticamente illimitate”. Il comprensorio di Mendoza, ai piedi della cordigliera delle Ande, è già oggi considerato un paradiso enologico che ha nella Valle dell’Uco il suo punto più esclusivo. Qui infatti sono collocati l’uno di fianco all’altro le proprietà di diverse personalità di spicco come la rockstar Bono Vox, leader degli U2 e del  Barone Benjamin de Rothschild, discendente di una delle più influenti e potenti famiglie nel mondo degli affari e del vino che qui ha investito in collaborazione con Laurent Dassault, rampollo multimilionario e proprietario della fabbrica francese produttrice dei jet Falcon. E se volete entrare a far parte di questo mondo dorato ed esclusivo non lasciatevi sfuggire l’offerta dell’azienda italiana Makia* che mette in vendita piccoli appezzamenti a partire da 1 ettaro per diventare dei perfetti winemaker e magari trascorrere qualche piacevole ora di conversazione con la vostra rockstar preferita davanti ad un ottimo Malbec o se preferite sorseggiando una “bevanda alcolica a base di frutta”.

 

* Fonte: Filippo Fabbri su Vinix.com

 

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Daniel Romano

Nato nella fredda Potenza nel freddo Febbraio del 1982 capisce ben presto che il suo destino è appassionarsi. Archeologo per vocazione più che per professione, dedica a questa disciplina i suoi anni migliori, laureandosi prima a Matera e poi a Roma senza farsi mancare una capatina nella terra di Schliemann né missioni e scoperte in giro per il Mediterraneo. Attualmente è allievo della Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell' “Università degli studi della Basilicata” e Membro scientifico dell’Unità di Ricerca dell’Università Roma Tor Vergata nell'ambito del progetto interuniversitario PRIN “Il ruolo del culto nelle comunità dell’Italia antica tra il IV e  il I secolo a.C.: strutture, funzioni e interazioni culturali”. Bibliofilo militante, amante della comunicazione sul web ma soprattutto adepto della religione del vino cerca di coniugare tutti questi mondi possibili occupandosi della bevanda di Dioniso dalla sua comparsa sulla terra fino all'era del web 2.0. In rete: twitter.com @malakunin, http://malakunin.tumblr.com/