SoulKitchen: L’erba di Bacco
La California da tempo non è più soltanto la patria del surf ma costituisce una delle realtà vitivinicole più importanti del mondo. Qui si producono vini in grado di rivaleggiare ad armi pari con i più famosi cugini europei.
Da quando agli inizi degli anni ’80 l’enologia americana ha dato vita all’impianto di vitigni internazionali come lo Chardonnay e il Cabernet e ha riscoperto varietà locali come lo Zinfandel (imparentato però con il nostro Primitivo), i vini californiani sono diventati protagonisti assoluti del panorama mondiale. Il risultato più eclatante di questa cavalcata travolgente si è avuto nel 2010 quando la California ha superato la Francia per numero di bottiglie vendute, un dato maggiormente significativo se si considera che lo stile produttivo californiano è dichiaratamente ispirato alla tradizione
enologica d’oltralpe attraverso l’utilizzo del famoso “taglio bordolese”.
Una delle zone protagoniste di questo successo incontrastato è la Napa Valley, nella area nord occidentale dello stato, vera mecca dell’enologia americana e paragonabile per importanza alle nostre Langhe piemontesi o al Médoc francese. In questo piccolo paradiso enologico di 150 Kmq, dal clima praticamente mediterraneo, si contano circa 300 cantine, tra cui le celeberrime Robert Mondavi e Beringer, che rappresentano il volano dell’economia locale. Oltre infatti a richiedere manodopera dedicata alla filiera produttiva della bevanda, il crescente interesse turistico per il vino ha fatto della zona una meta privilegiata dell’enoturismo come dimostrano i 5.000.000 di visitatori che ogni anno si muovono da un evento enogastronomico all’altro.
Ma nella Napa Valley non si produce soltanto secondo il credo del taglio bordolese. C’è un altro modo di fare vino, più sotterrraneo e decisamente fuori dagli schemi, il “pot wine”, una miscela ben calibrata di vino e marijuana. La ricetta è semplice: si immette mezzo chilo di marijuana all’interno di una botte di vino in fermentazione. In questo modo si dà vita ad un processo chimico secondo il quale lo zucchero dell’uva si trasforma in alcol e a sua volta l’alcol estrae il THC, la sostanza psicoattiva della droga. Il risultato è un vino con “un pungente aroma di erba che ricorda il dormitorio di un college di sabato sera o un concerto dei Grateful Dead” come ha dichiarato Michael Steinberger del Daily Beast e che dà a chi lo assume un “interessante fermento interiore” secondo quanto afferma Crane Carter, presidente della Napa Valley Marijuana Growers, l’associazione, perfettamente legale, che riunisce i produttori di cannabis sativa della valle. Già, perché in California la coltivazione di cannabis è permessa per scopi medici dal 1996, quando i sì al Proposition 215, l’equivalente del nostro referendum, ne hanno autorizzato la coltivazione terapeutica. E così un numero sempre crescente di abitanti della zona si è trasformato in coltivatore diretto sui-generis. L’importanza e la serietà di questa produzione e del sodalizio guidato da Carter sono state recentemente riconosciute dal prestigioso Napa Valley Farm Bureau, un organo indipendente di tutela ambientale di cui fanno parte anche numerosi produttori vinicoli, che ha voluto tra i suoi membri l’energico “fattore”.
L’incontro tra le due grandi produzioni della zona era quindi inevitabile ed ha un alunga tradizione a partire dalla cultura underground degli anni ’60, come scrive David Darlington nel suo libro “Zin: The History and Mystery of Zinfandel”, quando numerosi giovani, stanchi di assumere droghe psichedeliche, iniziarono a mescolare con sempre maggiore frequenza vino e marijuana. Tuttavia il rinnovato interesse per questo storico binomio ha subito una battuta d’arresto il 2 Novembre 2010 allorchè un nuovo referendum, il Proposition 19/2010, che proponeva di rendere l’uso e la produzione di marijuana legali aldilà degli scopi terapeutici, è stato bocciato dai californiani. Così oggi il pot wine rimane un vino di nicchia, uno sfizio da produttori, che destinano una parte della resa annuale alla realizzazione di questa “amabile bevanda”. Infatti, sebbene la legge lo proibisca, produrre e scambiarsi questo vino in occasione di incontri ed eventi enologici è diventato per i seguaci di Dioniso locali un momento irrinunciabile della convivialità.
In attesa di conoscere gli sviluppi di questo tipo di produzione californiana è suggestivo pensare a quanto potrà succedere sul territorio italiano. Recentemente la Regione Toscana ha approvato una legge regionale che autorizza l’uso e la coltivazione della cannabis sativa per scopi terapeutici. Ecco che sorge il dubbio: dobbiamo aspettarci fra qualche tempo un Chianti a basa di marijuana?
Tweet Scriptum: #SoulKitchen è anche un hashtag su Twitter con il quale potete lasciare ulteriori commenti o suggerimenti ma non solo. Ogni settimana il suo significato cambierà a seconda del contenuto dell’articolo qui proposto. Dopo il successo della scorsa settimana dell’abbinamento vino e libri sintetizzato nello storify che potete trovare qui e che ha contribuito a creare una piccola enobiblioteca, questa settimana è la volta di un altro abbinamento piuttosto classico, 1 vino ed 1 film. La nostra proposta, visto il tema dell’articolo, è un Cabernet californiano da gustare durante la visione del celebre film “L’erba di Grace”.
Questo post così come alcuni consigli sul vino sono disponibili sia su Vinix che nel blog dedicato. #Soulkitchen è inoltre un board su Pinterest che attende solo i vostri contributi e i vostri pins.
@malakunin
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